Claxon
Tutt'un'altra storia
Liceo Minghetti Bologna
30-03-2018 • Detective • di Francesco
TRA QUESTI DUE ANEDDOTI TANTO INVEROSIMILI C'È UNA SOSTANZIALE DIFFERENZA: UNO È STORICAMENTE ATTESTATO, L'ALTRO NO. STARÀ A VOI CAPIRE QUALE!
DI QUANDO PITAGORA MORÌ PER QUARANTA GIORNI.
A dire cosa c'è dopo la morte cihanno provato intanti. Platone, Cicerone, Dante sono solo alcuni degli autori che hanno ipotizzato un mondo oltre la vita: la letteratura e la filosofia sono zeppe di visioni dell'aldilà e di immaginari viaggi nel mondo dei morti. Ma chi lo ha mai visto davvero?
Viene da dire, ovviamente, nessuno. Nessuno tranne, parrebbe, Pitagora. Il grande filosofo,lo sappiamo tutti, è passato alla storia come un uomo tanto geniale quanto folle. Basti pensare al celeberrimo aneddoto del cane: mentre passeggiava con un conoscente, quest'ultimo prese a bastonare un cane, ma Pitagora lo riprese affermando che quello che stava bastonando era un suo amico, morto e trasmigrato, appunto, in un cane. Sebbene della sua biografia si sappia molto poco, è certo che, dall'isola di Samo, Pitagora si trasferì a Crotone, in Magna Graecia, dove i suoi insegnamenti guadagnarono immediatamente grande fama e straordinario credito. Molti si sono chiesti quali furono le ragioni di questo successo improvviso ed enorme. In risposta a questo, si tramanda una storia molto particolare. Pare infatti che il filosofo, dopo essersi ambientato un poco a Crotone, scomparve per quaranta giorni. Tutti si chiedevano che fine avesse fatto quello straniero un po' stravagante, finché, al quarantunesimo giorno, si fece vedere in piazza, dimagrito e visibilmente provato. Raccontò di essere morto, e di aver visto tutto quello ch'era accaduto in terra mentre non era in vita. Ai compagni, che non parevano credergli, descrisse per filo e per segno gli avvenimenti della vita cittadina.

Com'è prevedibile, Pitagora non era affatto morto. Tutto quello che aveva fatto era stato farsi costruire una casa sottoterra, ingiungendo a un suo servo di portargli ogni giorno un resoconto dei principali fatti della città. Uno stratagemma straordinario quanto privo di senso, apparentemente. Eppure, da allora, le teorie orfiche di Pitagora furono tenute in grandissima considerazione.
DI QUANDO HEMINGWAY ABBANDONÒ UN UOMO SU UN'ISOLA.
La fama di Ernest Hemingway non è sicuramente quella di un uomo tranquillo, e amichevole. Uomo dalla personalità tormentata e difficile, i suoi rapporti sono sempre stati travagliati persino con gli amici più intimi. Spiato dal governo americano per il suo grande affetto nei confronti della Cuba di Fidel Castro, nonostante il Nobel e il grande successo letterario, lo scrittore si abbandonò progressivamente ad una terribile forma di paranoia che lo porterà al suicidio.
È cosa nota, però, come il mare avesse ilpotere straordinario di trasformare Hemingway: sul suo peschereccio, il Pilar, con il quale sfidò persino Fidel Castro, lo scrittore americano diveniva placido e paziente. Il ritratto, soprendente, dell'Hemingway marinaio, infatti, ci giunge da Gregorio Fuentes, cubano, timoniere per anni del Pilar, insieme ad un repertorio straordinario di aneddoti. Tra questi, appunto, l'unica volta che Ernest Hemingway, sulla sua barca, perse la pazienza. E, pare, in modo abbastanza plateale. Si trovava, lo scrittore, nello stretto di mare che separa la Florida da Cuba, e sulla sua imbarcazione vi era, oltre al timoniere, Fuentes, il notissimo poeta americano Archibald MacLeish, due volte premio Pulitzer e candidato per anni al Nobel, nonché, a detta di Hemingway, un completo cialtrone.

Come a riprova di questo, durante la battuta di pesca il poeta si distinse per alcune uscite "del tutto idiote", tollerate in silenzio dal romanziere americano. Fu infatti in completo silenzio che il nostro Ernest, stabilito che l'insuccesso di quella battuta di pesca era dovuto necessariamente alle stupidaggini di MacLeish, decise di abbandonarlo su un'isoletta deserta. Così, giusto perché riflettesse sui suoi errori. Fu solo grazie all intercessione del timoniere Fuentes che, prima che si facesse notte, lo scrittore tornò a recuperare il poeta. Da bravo amico, insomma.


A cura di Francesco Reni, Caporedattore di Claxon, giornalino scolastico del Liceo Minghetti di Bologna

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