Lo Stato Sociale - Dalle critiche al capitalismo, alle genialate del marketing
CINQUE album per CINQUE settimane
04-02-2021 • Pop • di Giacomo P
Non penso che oggi esista qualche lettore di questo articolo che non conosce Lo Stato Sociale. Chi per l'amico, chi per la playlist trovata su Spotify e chi per la vecchia che balla, tutti li conosciamo.

Non serve dunque fare molte presentazioni; i cinque regaz bolognesi sono stati fra i primi artisti a colpirmi, nella lontana terza media, con la bellissima Io, te e Carlo Marx, senza mai capire chi cantasse, chi suonasse cosa e chi fosse l'altro ancora. I riferimenti alla politica e alla contemporaneità non mancavano mai, spesso critici, raccontando storie così innocenti per me quattordicenne che ancora non capivo la denuncia sociale.
D'altronde non è un articolo che vuole parlare della storia della band, se non di quella contemporanea: infatti venerdì 30 gennaio è uscito il primo dei CINQUE EP, da CINQUE canzoni, che usciranno per CINQUE settimane. Il particolare maggiore non è soltanto la fissa per il numero CINQUE, ma il fatto che ogni disco sarà gestito unicamente da uno dei CINQUE componenti della band.

Bisogna ammettere che sia una genialata del marketing assurda: un post della band su Instagram esordisce con "Potevamo fare la cosa più strana nel momento più strano... e l'abbiamo fatta". È quasi impensabile per degli artisti affermati uscire così tanto dagli schemi ed è stata proprio questa la forza della loro promozione: si stanno imponendo sul sistema rovesciando la tavola. Lodo Guenzi, quello roscio che mi somiglia, invece, si è espresso sullo stesso social: "Certe band si sciolgono perché ognuno vuole fare i cazzi suoi, in certe band ognuno fa i cazzi suoi per rimanere assieme. [...] Fanculo i frontmen, viva gli amici". Dire la propria non vuol dire mania di protagonismo; inutile dire la stima che provo per tutti loro.
Rimanendo più imparziali, volevo dire la mia sul primo dei CINQUE EP che è (già) uscito, ovvero quello sul batterista Bebo. Premettiamo subito che non c'è niente di cantato: parole su parole recitate come una poesia, musica di accompagnamento come un aedo greco. Si vola da un'ironia a tratti malinconica a punchline pesanti.
Il primo brano è il sintomo di una crisi di identità, dove il povero Bebo deve difendersi dalle accuse degli amici Checco e Albi alla famigerata frase "sei vecchio". Il secondo monologo invece è bellissimo: lui è su un lungomare in inverno e sta scrivendo quelle parole, seduto su una panchina orientata verso la città. Dalla descrizione di quella situazione folle per quanto semplice s'interroga sul senso della vita. Nel terzo brano non mancano le critiche ai nostalgici di ogni tipo e uno sfogo contro l'odio. Il titolo "2020: fuga dall'aperitivo" potrebbe indicare il paradosso della società, che si lamenta ancora di più quando in realtà dovrebbe aver trovato la propria pace. Anche il quarto pezzo è riferito al lockdown, ed è scandito da un ridondante "forse avrei dovuto prenderti dei fiori" (il tema è abbastanza palese). Infine l'ultimo monologo mi ha colpito molto: s'intitola "Sono libero" ed è un inno alla libertà, alla pace e alla fratellanza e forse, piuttosto che aggiungere commenti poco precisi, sarebbe meglio che lo ascoltaste voi.

Illustrazioni di Claudia