Quando muore un ragazzo di 19 anni

Jason Dupasquier
Pubblicato da Ludovica Luvi F. il 10/06/2021 in Detective
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Qualcuno ha detto che il giorno della morte di Jason Dupasquier non si sarebbe dovuto correre. Qualcuno ha detto che invece il modo per ricordarlo al meglio sarebbe stato gareggiare per lui.
Altri hanno sottolineato una cosa che secondo me è vera ma difficile da accettare: se fosse successo in MotoGP avrebbero subito fermato tutto. E poi, come purtroppo accade solo quando succedono delle tragedie, molti che non seguono il motociclismo si sono ricordati della sua esistenza. E allora che senso ha rischiare la vita per uno sport del genere.

Non dovremmo dimenticare che prima di essere un pilota Jason Dupasquier era un ragazzo di diciannove anni, e adesso li avrà per sempre. Poteva essere un nostro compagno di classe, un nostro amico. Uno di quegli studenti che probabilmente vedi poco a scuola, perché è sempre in giro per qualche gara. E anche se non lo conosci bene fai il tifo per lui, perché sì, magari sei invidioso che lui salta la verifica di matematica e tu no, ma sei lo stesso dalla sua parte.
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Quando lo vedi pensi che sia bellissimo avere una passione che ti prende così tanto, e ti chiedi se tu hai qualcosa a cui ti senti attaccato allo stesso modo e per cui i tuoi genitori ti farebbero saltare la scuola.

Poi quando succedono queste cose provi a consolarti dicendoti che se n'è andato facendo quello che amava, e non perché è la solita cosa che si dice di chi fa questo mestiere, ma perché l'ha proprio detto Jason: "Se devo morire morirò sulla mia moto."

Ci sono passioni meno crudeli, ci sono scelte di vita diverse: c'è chi la domenica dorme fino a tardi perché la sera prima è andato a ballare. Ma anche se decido di correre su una moto a 250km/h, non posso accettare che il pericolo sia questo. Voglio uno sport come gli altri, dove l'unico rischio che c'è è quello di arrivare ultimo.

Illustrazioni di Gabriela

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