Questo fine settimana, in Piazza Damiano Sauli, nel quartiere Garbatella di Roma, è comparso un campo da calcio davanti alla scuola elementare Cesare Battisti. Lo ha allestito la FIGC in occasione di Italia-Belgio, la prima partita della Nazionale in Nations League. Per tre giorni chiunque poteva arrivare e giocare gratuitamente. Il motto era: "Chi c'è c'è. Se beccamo ar campetto".
Prendere un pallone, scendere sotto casa e giocare con chi si trova lì è una delle cose più semplici che si possano fare. Eppure, per noi adolescenti, è diventata un'azione quasi rivoluzionaria.
Siamo una generazione che può conoscere persone in continuazione, ma raramente lo fa per caso. Prima di uscire sappiamo già chi ci sarà, ci scriviamo, ci diamo appuntamento. Possiamo giocare online con qualcuno dall'altra parte del mondo, mentre iniziare una partita con uno sconosciuto al campetto può metterci in imbarazzo.
Siamo una generazione che può conoscere persone in continuazione, ma raramente lo fa per caso. Prima di uscire sappiamo già chi ci sarà, ci scriviamo, ci diamo appuntamento. Possiamo giocare online con qualcuno dall'altra parte del mondo, mentre iniziare una partita con uno sconosciuto al campetto può metterci in imbarazzo.
Anche per questo lo sport è ancora così importante per noi. Giochiamo perché ci piace, per vincere, per allenarci. Ma è anche uno dei pochi momenti in cui possiamo conoscere persone senza decidere tutto prima. Non importa se sei timido, se non sai come attaccare bottone o se non avete amici in comune: quando giochi con qualcuno avete già qualcosa da condividere. Per decenni è bastato scendere in strada con un pallone. Forse dovremmo ricominciare da lì.