Cosa succede agli oggetti quando smettono di servire? Qualche giorno fa ho scoperto cosa succede ai vecchi paracarri. Anzi, a dirla tutta, ho scoperto cosa sono i paracarri perché non ne avevo mai nemmeno sentito parlare.
Piccolo recap per tutti: i paracarri sono delle colonnine di pietra o di cemento che si trovavano ai lati della strada. Servivano fino a un po' di tempo fa a segnare il bordo della carreggiata e spesso indicavano la distanza in chilometri da una città. In passato erano un riferimento molto utile per chi viaggiava, soprattutto in bici, anche perché un tempo erano ovunque. Poi però, con il passare degli anni, sono lentamente scomparsi.
Oggi i paracarri in pietra non si usano più perché non sono sicuri, per le norme attuali sono considerati troppo poco visibili e pericolosi in caso di urto. Per questo sono stati sostituiti con i guardrail in metallo a cui siamo abituati o con i paletti flessibili catarifrangenti che ogni tanto si vedono un po' sbilenchi a margine delle strade.
Piccolo recap per tutti: i paracarri sono delle colonnine di pietra o di cemento che si trovavano ai lati della strada. Servivano fino a un po' di tempo fa a segnare il bordo della carreggiata e spesso indicavano la distanza in chilometri da una città. In passato erano un riferimento molto utile per chi viaggiava, soprattutto in bici, anche perché un tempo erano ovunque. Poi però, con il passare degli anni, sono lentamente scomparsi.
Oggi i paracarri in pietra non si usano più perché non sono sicuri, per le norme attuali sono considerati troppo poco visibili e pericolosi in caso di urto. Per questo sono stati sostituiti con i guardrail in metallo a cui siamo abituati o con i paletti flessibili catarifrangenti che ogni tanto si vedono un po' sbilenchi a margine delle strade.
Dal 2008, a Canezza di Pergine, in provincia di Trento, c'è un museo dedicato interamente ai paracarri. È unico al mondo e a volerlo è stato il signor Dario Pegoretti, che tutti conoscono come Monsieur Paracarrò. Nel corso della sua vita Dario ha lavorato per 36 anni come responsabile dell'illuminazione delle strade provinciali di Trento e ha gareggiato per 39 anni come ciclista, incontrando di conseguenza moltissimi paracarri. Così, dopo essere andato in pensione, ha deciso di dedicare la sua vita alla raccolta di paracarri di ogni tipologia, forma e dimensioni, provenienti da tutte le strade del mondo e ha deciso di dedicare ogni paracarro della sua collezione ad un campione di ciclismo del presente o del passato.
Per i ciclisti infatti il paracarro è sempre stato uno dei pochi riferimenti affidabili lungo la strada. Prima dei GPS, del Garmin, dei computer e delle segnaletiche iper dettagliate, era l'unico elemento che poteva aiutarti ad orientarti, stimare le distanze e capire il ritmo di marcia. Inoltre, molti lo usavano come riferimento per scattare: un punto preciso da cui lanciare un attacco o aumentare il ritmo.
Per i ciclisti infatti il paracarro è sempre stato uno dei pochi riferimenti affidabili lungo la strada. Prima dei GPS, del Garmin, dei computer e delle segnaletiche iper dettagliate, era l'unico elemento che poteva aiutarti ad orientarti, stimare le distanze e capire il ritmo di marcia. Inoltre, molti lo usavano come riferimento per scattare: un punto preciso da cui lanciare un attacco o aumentare il ritmo.
Ce n'è uno dedicato a Fausto Coppi, un altro a Bartali e uno ovviamente a Pantani, poi Merckx, Anquetil, Gimondi, Moser, Bobet, Pogacar, e uno a tutti i gregari che hanno fatto la storia di questo sport. Ad ogni paracarro è associata una scheda sulla quale è scritta la sua provenienza e la sua composizione: quelli di granito, quelli di cemento e di legno, quelli provenienti dai passi dolomitici, dai tornanti dei Pirenei o dalle strade delle grandi classiche del Nord. Monsieur Paracarrò li ha raccolti tutti personalmente, andandoli a salvare sulle salite più importanti del ciclismo.
Scoprire tutto questo mi ha fatto riflettere. Non so spiegare bene cosa mi abbia colpito di più, se la dedizione di Monsieur Paracarrò, l'idea di un museo così particolare o il fatto che un oggetto come tanti possa raccontare storie meravigliose. Una cosa però l'ho capita. Il punto non è il paracarro. Quando qualcosa smette di avere una funzione, non smette mai, del tutto, di avere un senso.
Scoprire tutto questo mi ha fatto riflettere. Non so spiegare bene cosa mi abbia colpito di più, se la dedizione di Monsieur Paracarrò, l'idea di un museo così particolare o il fatto che un oggetto come tanti possa raccontare storie meravigliose. Una cosa però l'ho capita. Il punto non è il paracarro. Quando qualcosa smette di avere una funzione, non smette mai, del tutto, di avere un senso.
Ci sono oggetti che chiedono attenzione finché servono. Stanno lì, fanno il loro lavoro e basta. Poi, quando il mondo cambia e li supera, diventano invisibili. Non perché siano cambiati, ma perché siamo cambiati noi e improvvisamente non sappiamo più leggerli. Finché, all'improvviso, impariamo di nuovo a vederli. A volte, sulle strade, ancora oggi si vedono qua e là dei vecchi paracarri. E ora non riesco più a farne a meno.