Gli adolescenti non sognano più di diventare calciatori

Lo abbiamo scoperto questa estate, durante il nostro tour per le spiagge d'Italia
Pubblicato da Marco R il 25/08/2025 in Pop
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Gli adolescenti non vogliono più diventare calciatori. È questo il dato emerso da un'indagine condotta da GlobalWebIndex, un'azienda inglese di ricerche di mercato specializzata nell'analisi dei comportamenti di consumatori digitali sparsi per tutto il mondo. Al sondaggio hanno partecipato 11.452 adolescenti tra i 12 e i 15 anni provenienti da 18 Paesi e dalle loro risposte è emerso che solamente il 18% dei ragazzi e appena il 6% delle ragazze sogna una carriera nello sport. Al contrario il 30% dei ragazzi e il 17% delle ragazze vuole diventare scienziato, ingegnere o inventore, mentre il 25% dei ragazzi e il 10% delle ragazze sogna di lavorare nel mondo dei videogame come designer o sviluppatore informatico. Risultati simili sono stati confermati anche da un altro sondaggio pubblicato su Rompipallone (@rompipallone.it su Instagram), una delle pagine calcistiche social più seguite dai ragazzi, secondo il quale soltanto il 15% dei adolescenti sognerebbe di diventare calciatore, preferendo lavori come lo youtuber, il tiktok creator, lo sviluppatore di app e lo streamer online. Tra tutti gli sport però è proprio il calcio a stupire di più, visto e considerato che per decenni, diventare calciatore è stato il sogno di intere generazioni di adolescenti.
Ma allora perché i ragazzi della generazione Alpha, nati dopo il 2010, hanno perso questo desiderio? Alla base di tutto c'è sicuramente l'idea che giocare a calcio, per molti adolescenti, sta diventando più noioso che divertente. Fin dalle giovanili infatti il calcio, più di altri sport, viene percepito dai ragazzi come uno sport ultra competitivo, in cui ognuno deve impegnarsi non tanto per il gusto di giocare ma per riuscire ad emergere tra gli altri, con la speranza di attirare l'attenzione di qualche squadra più prestigiosa per dare il via ad una futura carriera.
Queste dinamiche possono portare a litigi tra i compagni e alla nascita di un ambiente tossico anche sul campo, dove spesso a giocare non è chi se lo è meritato in allenamento. Così facendo, nessuno si sente più parte di una squadra: il gruppo smette di essere unito mentre il campo, che è sempre stato per migliaia di ragazzi un luogo dove crescere, sbagliare e migliorarsi insieme, si sta trasformando in uno spazio in cui le nostre insicurezze vengono completamente messe a nudo, alimentate dalla pressione e delle aspettative degli altri e dalla paura di non essere abbastanza per diventare qualcuno di importante.
Per avere delle risposte più precise, ne abbiamo parlato con alcuni ragazzi tra i 10 e i 17 anni. Ecco cosa ci hanno racconto:

Lorenzo, 12 anni
Andare ad allenamento non è più divertente. Purtroppo a volte percepisco lo spogliatoio come un ambiente tossico, quando sono insieme agli altri miei compagni di squadra, mi sento sempre in disparte

Christian, 15 anni
Nelle partite l'allenatore sceglie la formazione solo in base alle sue preferenze e se non rientri tra i suoi preferiti rischi di stare tutto l'anno in panchina

Andrea,14 anni
L'idea di diventare un calciatore professionista non mi attira, preferisco che continui ad essere per me solo una passione, quella che mi ha trasmesso mio padre quando ero piccolo e che non mi ha più lasciato

Antonio, 13 anni
Non ho mai pesato di diventare un calciatore professionista perché mi servirebbero delle capacità che penso di non avere, fino a quando gioco con gli amici riesco comunque a divertirmi ma penso di non essere portato per questo lavoro

Giovanni, 14 anni
Per diventare un calciatore professionista dovrei dedicare fin da subito la mia vita ad uno sport e mi spaventa moltissimo l'idea che un infortunio potrebbe potenzialmente rovinare tutti i miei sogni
Nonostante tutto, la situazione non è così tragica come potrebbe sembrare. Lo sport infatti continua comunque ad unirci, più di ogni altra cosa. Ce ne siamo resi conto questa settimana a Corigliano-Rossano, in provincia di Cosenza, dove da due settimane stiamo andando in diretta con "Ti Accompagno al Mare", il tour estivo di Radioimmaginaria in giro per le spiagge d'Italia. Siamo partiti il 16 giugno da Lido Adriano (Ravenna), poi abbiamo fatto tappa a Pescara e il 17 luglio siamo arrivati a Giffoni Film Festival, con un unico obiettivo: raccontare l'estate dei nostri coetanei. E viaggiando da una parte all'altra d'Italia abbiamo capito che lo sport è una parte fondamentale della nostra estate. Anzi, la spiaggia ci permette ogni estate di scoprire nuovi sport e di trovare nuove passioni che potrebbero accompagnarci per sempre. E proprio sui campi da tennis dello Sporting Club di Corigliano, punto di riferimento per molti ragazzi della zona, è cresciuto Giuseppe Fino, che l'anno scorso, a 18 anni, è diventato insieme al suo compagno Francesco Ferro campione italiano di padel di seconda fascia.
Al contrario delle storie di cui abbiamo parlato fino ad ora, Giuseppe ha scelto già da adolescente di dedicare la sua vita allo sport, facendo di tutto per trasformarlo nel suo lavoro. Anche se in realtà, all'inizio, il padel non gli piaceva nemmeno: "Ho iniziato a giocare a padel dopo la pandemia e devo ammettere che all'inizio non mi entusiasmava per niente - ci ha raccontato - venendo dall'ambiente del tennis lo percepivo come uno sport lontanissimo, ma evidentemente mi sbagliavo". A 16 anni, per inseguire il suo sogno, ha scelto di trasferirsi da Corigliano - Rossano a Siracusa, a 400 km da casa: "Cambiare vita a 16 anni non è stato per niente facile ma fa parte dei sacrifici che si devono accettare per riuscire ad arrivare a certi livelli - ha detto - quando gioco mi sento sempre pieno di gioia. Nella vita ho cambiato moltissimo sport, ma nessuno mi ha saputo accogliere come il padel e questa è la cosa più bella che mi potesse succedere".
Ora Giuseppe ha un sogno: trasferirsi in Spagna e aprire una sua Academy, per fare appassionare a questo sport sempre più ragazzi e per trasmettergli attraverso il padel i valori che lo hanno fatto crescere di più.
La sua storia ci ha colpito moltissimo e anche grazie a quello che ci ha raccontato, abbiamo capito che non esiste un'unica strada per inseguire la propria passione. E anche se il calcio non è più il sogno numero uno dei ragazzi, questo non significa che lo sport abbia perso il suo fascino.
Anzi, ci sono discipline nuove che crescono velocemente e di cui potremmo presto diventare protagonisti. E anche se non arriveremo ad alzare trofei, riusciremo comunque a portare a termine la missione più importante di tutte, paradossalmente anche la più semplice: divertirci, insieme.
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